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Flower Power!

Bianco, bianco, bianco… pure troppo. E’ il colore che ci ha circondati praticamente ovunque in Italia nelle ultime settimane.

Bianco è anche il colore che più circonda la protagonista della nostra intervista. Ma non solo bianco: diciamolo, colori (e profumi) sono la parte essenziale del suo lavoro.

Entro nel suo negozio, “La Sposa Vispa“,  ci salutiamo e la mia ospite mi fa accomodare su un divanetto dallo stile elegante e fresco che si sposa bene con lo spazio che ci circonda. E si comincia…

La Sposa Vispa. Un nome che è tutto un programma!

Marco D’Andrea: “Apro la tua carta d’identità: Nome, cognome, professione (lasciamo rispettosamente un velo di mistero su età, altezza, colori di capelli e occhi).

“Mi chiamo Francesca Di Pumpo, sono una Wedding Planner e Flower Designer mi occupo dell’organizzazione di matrimoni e eventi.”

MD: Potresti spiegare a noi profani in cosa consiste più precisamente il tuo mestiere?
FDP: Il lavoro del flower designer consiste nel creare atmosfera durante un matrimonio, o qualsiasi altro evento. In questi ultimi tempi si tende a rendere ogni evento unico nel suo genere, la progettazione di un evento richiede una assoluta cura ad ogni minimo particolare, al materiale che si adopera ad esempio, nel mio caso i fiori, e alla continua ricerca di nuovi abbinamenti di fiori, tessuti, vasi e altri complementi.

MD: Quando hai scoperto questa passione? Quando hai capito che sarebbe potuta diventare una professione? C’è stato un episodio particolare che ti ha fatto comprendere che questa era la tua strada?
FDP: Questa passione evidentemente è sempre stata dentro di me….fin da piccola cercavo di organizzare qualsiasi evento anche piccolo, avevo questa mania di personalizzare un po’ tutto quello che facevo, dovevo sistemare secondo un certo gusto estetico personale tutto ciò che mi circondava. Ho iniziato a occuparmi degli allestimenti per i matrimoni e me ne sono innamorata, quindi ho deciso di dedicarmi all’intera organizzazione.

MD: Hai frequentato dei corsi specifici? Pensi che queste scuole possano essere un valido aiuto per la formazione di un professionista del tuo ramo ?
FDP: Non ho frequentato nessun corso di florist, ho fatto molta gavetta in un negozio di fiori, facevo di tutto, anche consegne. Poi nell’ultimo anno ho deciso di frequentare un corso di wedding planner, con il maestro di tutti i wedding planner, Enzo Miccio (uno dei più conosciuti volti di rete di RealTime, conduttore di “Wedding Planner”, ndr.).Non è stato un vero e proprio corso di formazione, ma mi è servito per fare miei alcuni segreti e rendermi definitivamente conto che quella era la starda che avrei percorso in futuro.

Francesca Di Pumpo all'opera nel suo negozio

MD: Insomma possiamo dire che il tuo lavoro ha due volti: quello di florist e quello di wedding planner…
FDP: Anzi potrei addirittura affermare di svolgere due lavori! La professione del wedding planner è particolarmente impegnativa, faticosa, piena di responsabilità… ma che alla fine ti ripaga con grandi soddisfazioni.

MD: Dove sono nate le professione di florist e di wedding planner?
FDP: Queste due professioni hanno origine in America, in particolare quella del WP
. Guardando i matrimoni inscenati nei loro film mi accorgo della differenza tra i loro incredibili allestimenti e quelli della tradizione italiana completamente opposta, un po’ troppo basic se vogliamo, che si limita a mettere qualche fiore negli angoli, mentre negli Stati Uniti riempiono chiese e location di colori e profumi. E’ cosi’ che un evento, un matrimonio in questo caso, non si dimentica facilmente.

MD: Come hai detto, nel tuo percorso formativo, puoi vantare anche gli insegnamenti di Enzo Miccio, uno dei volti di rete più rappresentativi di Real Time, scoppiettante conduttore di alcuni programmi di questo canale come “Ma come ti vesti?” e “Wedding Planner”. Tra i suoi insegnamenti te ne è rimasto uno in particolare, un consiglio professionale o per dirla a suo modo, un “mai più senza”?
PDF: ho avuto la fortuna di conoscere Enzo Miccio, posso dire che da questa esperienza ho dei ricordi molto positivi. Un “mai piu’ senza” potrebbe essere sicuramente la sua mania per la cura del dettaglio, quello che faccio deve essere sempre perfetto.

Torte floreali per San Valentino.Odorate, non mangiate!

MD: L’ Italia è un paese bellissimo, ma pare che noi italiani non ce ne rendiamo conto, al contrario molti stranieri sempre più spesso vengono in Italia alla ricerca di una cornice adatta alla realizzazione del loro sogno. È solo una mia impressione o c’è del vero?
PDF: E’ verissimo, molti stranieri vengono nel nostro bellissimo Paese per sposarsi , le location più ambite sono Capri, Venezia, posti di lago, come lago di Como e ora anche il lago di Garda. Ultimamente però si sono spostati un po’ più al Sud, in particolare sono gettonatissime le masserie pugliesi. Alcuni italiani invece concentrano tutta l’attenzione al banchetto nuziale, tendono a deliziare
solo il palato, quando invece si potrebbero soddisfare anche gli altri sensi grazie alle preziose cornici paesaggistiche del nostro paese.

MD: Crisi, crisi, crisi! Non c’è dubbio che la situazione economica mondiale sia molto grave. Come hai risentito di questo momento difficile nella tua professione?
PDF: E’ un brutto momento, la crisi ha colpito, e tanto… ora la maggior parte delle persone tende al matrimonio fai-da- te, anche se qualche domanda, qualche dubbio resta sempre e non capita di rado di ricevere qualche mail con richieste di aiuto…

Matrimonio in salita? Ci pensa la Sposa Vispa!

MD: Tra i diversi matrimoni che hai organizzato, c’è n’è uno che ti è rimasto particolarmente impresso?
PDF: La nipote di un famoso personaggio milanese…ma non mi è rimasto in mente solo per l’esclusività dell’evento, è stato il matrimonio piu’ emozionante che abbia organizzato, con pochi invitati, raccolto e molto semplice, la sposa aveva un abito lineare e corto, e ancora più importante lei era emozionata, felicissima e lo trasmetteva! Bello…


Composizione per la fiera "SposIdea"

MD: Mille e più sono i modi per organizzare un matrimonio,tanti quanto i fiori e i colori che si vogliono utilizzare, ma c’è uno “stile” che va per la maggiore, delle specie floreali più richieste? Ti va di azzardare un “pronostico” sui trend per la nuova stagione in fatto di flower design e wedding planning?
PDF: Ogni matrimonio è sempre diverso uno dall’altro, ma non si abbandona mai l’allestimento bianco e verde, sempre molto classico. Eppure, secondo me, è perché si ha po’ paura di azzardare…. in natura esiste una varietà di sfumature e colori emozionanti, ci si può sbizzarrire più che mai. Comunque dopo aver esposto alla fiera di Vaprio d’Adda Sposidea, ho capito che molte sposine sono affascinate dallo stile “campagnolo chic”. Avevo un stand con camomilla gipsophila, garofanini bianchi che assomigliano a roselline e alberi d’ulivo…devo dire che ha avuto molto successo.

MD: Nel test psicologico dei miei “tre giorni” del militare mi sono ritrovato a fronteggiare la mitica domanda “ Ti piacciono i fiori? Vorresti fare il fioraio?”. A parte che ancora oggi non comprendo il legame psicologico tra le due domande, che NON sono diventato un fioraio, che i fiori non mi dispiacciono ma che ho un pessimo pollice verde al quale resistono eroicamente solo i cactus, ma a prescindere da tutto questo la mia domanda è: se non avessi fatto la flower designer, quale sarebbe stato il tuo lavoro?

PDF: Se non fosse esistita questa professione… avrei fatto l’architetto o la restauratrice… adoro l’architettura e la storia dell’arte, non per niente mi sono diplomata, al Primo Liceo Artistico Hajech di Milano con indirizzo architettura.

MD: Il sogno nel cassetto: qualcosa che vorresti creare e ancora non hai avuto il modo di realizzare?
PDF: Domanda difficile, ma molto spesso immagino Milano più ordinata e un po’ più allegra… mi piacerebbe dare un nuovo tono alla città, ogni via vestita a tema… almeno ci allontaneremmo un po’ da tutto questo grigio!

Ringrazio Francesca e  la saluto accettando un fiore che mi metto all’occhiello. Del resto lo stile risiede nei particolari, lo sappiamo noi architetti e lo sanno i wedding planner…

Siete curiosi di conoscere meglio Francesca e il suo lavoro? andate a trovarla sul suo sito o su Facebook e perchè no, anche di persona nel suo negozio in via Lazzaro Papi 9 a Milano, vi accoglierà con un sorriso come fa sempre! (e ditele che vi manda Atelier Architettura!)

M.D.

Architetto, mi fido?

C’era una volta un re, che disse al suo architetto “raccontami una favola”. E la favola cominciò: …”C’era una volta un re,che disse al suo architetto “raccontami una favola”. E la favola cominciò…”

I signori B. entrarono nello studio con un atteggiamento a metà tra il riverenziale e l’occhio critico di un sergente maggiore dei marines che ispeziona la pulizia del corrimano passandoci sopra l’indice candidamente inguantato. Li facciamo accomodare.

Bene, signori B. , siamo a vostra disposizione, diteci pure cosa possiamo fare per la vostra casa”

"Guardi,non mi serve un "vero progetto" mi basta solo un disegnino a matita...

Da qui parte la lista di richieste dei signori B. che riguardano il pavimento in piastrelle che mal si intona con gli arredi scelti, il soggiorno diventato troppo piccolo dopo l’arrivo del primogenito B. Junior, la cucina che non sarebbe male se si potesse allargare e utilizzarla meglio con un tavolo da pranzo più grande e magari pure un bancone alto per la colazione come hanno visto in quella rivista che la signora B. si è premurata di ritagliare e portare come riferimento. Dicono che sarebbe anche bello se si riuscisse a ricavare un secondo bagno all’interno dell’appartamento, perché quello che usano è sempre in disordine, un bagnetto più piccolo ma più “scenografico” per gli ospiti e poi è sempre utile avere un bagno in più.

Bene, direi che sono richieste legittime e avere anche qualche riferimento è una buona cosa per capire che genere di elementi rientrano nelle corde del cliente. Per quanto riguarda i tempi di realizzazione, eventualmente quando vorreste iniziare i lavori?”

Alla risposta “tra qualche settimana, è possibile?” spieghiamo che ci sono dei tempi tecnici. Per un rilievo accurato dell’immobile, la preparazione della pratica edilizia e, inevitabilmente i 30 giorni di attesa da quando la pratica viene depositata in comune.

E poi, un velo di preoccupazione scende sul loro viso.
“ Vorremmo anche chiederle…sapere…avere un’idea dei costi per capire quanto andremmo a spendere. Quanto può costare una ristrutturazione per casa nostra?”

Questa domanda ( lecita ) è LA DOMANDA che chiunque voglia affrontare una ristrutturazione si pone. E’ una domanda

importante che richiede una risposta chiara. Ma se per risposta chiara vi aspettate una cifra esatta resterete delusi.

Ristrutturare casa non è come andare al ristorante. Non esiste un menù dal quale scegliere la soluzione che più si avvicina ai gusti del cliente.

Se è scritto su una maglietta deve essere vero per forza...

Eppure, proprio come una buona pietanza, la ricetta per un buon progetto

prevede la scelta di ingredienti di qualità, l’uso di strumenti di cucina e pentolame di buona fattura, e ça va sans dire…uno chef preparato.

La curiosità di prepararsi da sé una complessa ricetta è comprensibile, quanta soddisfazione può dare gustarsi una ratatouille fatta con le proprie mani? E se poi il piatto dovesse essere troppo sciapo o troppo salato, alla peggio gli errori della prima volta diventeranno i punti forti della seconda volta.
Il ragionamento non fa una piega…se parliamo di cucina.

Una ristrutturazione è molto più complessa di una ricetta, i “tempi di cottura” sono più lunghi e gli “ingredienti” sicuramente più costosi.

Il cliente potrebbe seguire due vie per trovare gli ingredienti: nel primo caso potrebbe decidere di massimizzare il risparmio e andare al supermercato, dove troverà prezzi bassi ma probabilmente per una qualità minore, o magari non indicati per quella particolare ricetta. Chi di voi userebbe dei pomodori da insalata per un ragù?

Altri clienti potrebbero decidere di rivolgersi al pizzicagnolo molto buono consigliato da un’amica, che si rifornisce direttamente dai produttori. “Costa più degli altri, ma i prodotti sono ottimi, vedrai!”

Il fatto è molto semplice: non ci si improvvisa chef. E non ci si improvvisa architetti. Il mestiere di architetto prevede conoscenze non solo a livello stilistico, ma pure conoscenze tecniche e legali. E non finisce qui. Come un giocoliere fa girare 7 birilli per aria, l’architetto gestisce tutti gli aspetti del progetto: a partire dalle richieste del cliente, le scelte progettuali che devono confrontarsi con la situazione reale, la gestione dei tempi di intervento delle diverse manovalanze, la gestione di ordini e consegna dei materiali in modo che arrivino al momento giusto in cantiere, né prima né dopo.

Detto questo risulta più chiaro quanto sia infondata la diceria “l’architetto costa!” che tante volte avrete sentito,oppure addirittura pensato. L’architetto non offre UN servizio, ma un UN INSIEME di servizi, tutti necessari per la realizzazione di un progetto; non viene pagato solo per preparare un progetto, ma per realizzarlo seguendolo dall’inizio alla fine, occupandosi di fare da referente unico, decisamente un vantaggio per il cliente che non si trova a doversi relazionare con più persone, organizzare più incontri in diversi posti e gestire lo scambio di comunicazioni tra i vari attori del progetto.

Alla fine dei conti affidarsi a (e FIDARSI di) un architetto può portare a vantaggi concreti, tra i quali evitarsi molti mal di testa…

Come l’architetto Walter Gropius disse molti anni fa:

…Non intendo che gli architetti debbano supinamente accettare le idee del cliente. Dobbiamo indurlo a una concezione che noi dobbiamo formarci per soddisfare le sue necessità. Se egli ci chiede di esaudire alcune eccentricità e fantasie sue, prive, di senso, dobbiamo trovare quale necessità reale possa nascondersi dietro i suoi sogni informi e tentare di indurlo a un atteggiamento concreto, a un programma organico. Non dobbiamo risparmiare sforzi per convincerlo definitivamente e senza presunzione. Dobbiamo fare la diagnosi di ciò di cui il cliente ha bisogno, in base alla nostra competenza. Un malato certamente non insisterebbe nel suggerire al medico come curarlo; ma se ci attendiamo dal cliente una simile fiducia, sarà bene tenere presente che gli architetti sono raramente considerati con lo stesso rispetto accordato alla professione medica. Se non siamo stati abbastanza competenti da meritare fiducia, dovremo porci nella condizione di essere certi che la meriteremo in futuro nella composizione, nella costruzione, nell’economia, come pure nella concezione sociale che raccoglie le altre tre componenti del nostro lavoro. Se trascuriamo di formarci una profonda competenza in tutti questi campi, o sfuggiamo alla responsabilità di indicare il cammino, ci rassegniamo al ruolo di tecnici minori.”

Sempre vostri,

M.D.

Atelier

Look for the packet

Cedere o non cedere alla Cedolare?

E’ stato recentemente approvato il Decreto Legislativo sul fisco municipale, che contiene le indicazioni per la cedolare secca sulle locazioni, già in vigore dal 1 Gennaio 2011; si attende ora il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate che stabilirà le modalità per poter scegliere questa opzione e come versare l’imposta.

Ma che cos’è esattamente questa cedolare secca? E’ un’alternativa all’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) e si potrà applicare sul reddito derivante dalla locazione di immobili ad uso abitativo, dell’imposta di bollo e dell’imposta di registro sul contratto di locazione. Si dovrà però rinunciare ad ogni aggiornamento ISTAT, anche se concordato precedentemente nel contratto di locazione.

Attenzione, perché questa nuova modalità di imposizione non è obbligatoria, ma è una scelta del proprietario. In base a calcoli sulla convenienza, infatti, il locatore che offre in affitto un’abitazione potrà decidere se applicare la cedolare secca, oppure se rimanere nel vecchio regime.
Qualora il locatore scelga la cedolare secca il conduttore (l’inquilino per intendersi) potrà godere conseguentemente dei seguenti vantaggi:
risparmio sull’imposta di registro e sospensione per la durata del contratto dell’aggiornamento ISTAT.

Insomma, cosa è meglio? Cedere o non cedere ?
Conviene valutare la possibilità di rimanere soggetti alla tassazione ordinaria per i proprietari con reddito inferiore a € 15.000,
per i proprietari con un reddito compreso tra € 15.000 e € 28.000 sarà meglio optare per la cedolare secca (il canone verrà tassato in misura leggermente inferiore), da € 28.000 in su cambierà notevolmente, provate a fare due conti!

Vi gira già la testa? Rimediamo subito con degli esempi pratici:

ESEMPIO 1
Il sig. X è proprietario di un immobile locato ad un canone annuo di € 7.000, non percepisce altri redditi.

Tassazione ordinaria
Scaglione IRPEF 23%
Al canone percepito dovrà essere sottratta la deduzione del 15%
Il reddito tassato sarà quindi: 7.000 – 1.050 (deduzione 15%) = € 5.950
IRPEF = € 5.950 * 23% = € 1.368,5
Cedolare secca

€ 7.000 * 21% = € 1.470

ESEMPIO 2
Il sig. Y è proprietario di 4 immobili locati ad un canone annuo di € 10.000 ciascuno;

Tassazione ordinaria
Scaglione IRPEF 38%
Al canone percepito dovrà essere sottratta la deduzione del 15%
Il reddito tassato sarà quindi: 40.000 – 6.000 (deduzione 15%) = € 34.000
IRPEF = € 34.000 * 38%= € 12.920
Cedolare secca

€ 40.000 * 21%= € 8.400

Fatta la legge gabbato lo santo…?
La norma cerca infine di creare una specie di “conflitto di interessi” tra inquilino e proprietario, in caso di affitti non dichiarati: se l’inquilino provvede a registrare il contratto si avranno le seguenti conseguenze:

  • i 4 anni di durata del contratto partiranno dall’effettiva data di registrazione, con diritto al rinnovo automatico di altri 4 anni;
  • il canone annuo di affitto verrà rideterminato in misura pari a 3 volte la rendita catastale (es. rendita per un bilocale a Milano pari a € 350, canone di locazione annuale € 1.050!)

In conclusione, la scelta tra utilizzare o meno questa nuova alternativa non è scontata e dipende dai singoli casi. Ad ogni modo, se non avete un regolare contratto di affitto…fate i vostri conti!

(Grazie alla burocrazia italiana che rende tutto più semplice per i cittadini…)G.L.

Atelier Immobiliare

Resta di stucco…è un Barbaprogetto!

Colorati, di quei colori vivi che attiravano subito l’occhio, con gli occhi grandi, due forellini sotto come naso, la bocca larga e quella forma simile ad una arachide, che potevano cambiare come volevano.

I Barbapapà

I Barbapapà

Chi è nato nei ’70 sa di chi parlo. I Barbapapà, quei fantastici personaggi che, personalmente, non vedevo l’ora che cambiassero forma.

Ma che c’entrano i Barbapapà con il mondo dell’architettura? C’entrano, fino dalla loro nascita, o meglio da chi ha dato loro la vita, Annette Tison, architetto e designer. Insieme al marito Talus Taylor, professore americano di biologia e matematica inventarono questi personaggi, secondo la leggenda, in un bistrot di Parigi dove risiedevano al tempo, nel 1969, scarabocchiando sopra un tovagliolo di carta.

Proprio come i loro genitori, seguaci della cultura ecologista che stavano nascendo in quegli anni, i Barbapapà portavano avanti il messaggio di rispetto per l’ambiente, quando la “simple life” si viveva in quartieri a misura d’uomo, fatti di piccole villette di 2 piani dallo stile pseudo-liberty, uno skyline tipico delle zone extraurbane che si potevano trovare oltre la cintura parigina in quegli anni. E’ qui che viveva la numerosa famiglia.
Tutto bene finché , nella racconto dal titolo (vagamente socialista) “Il problema della casa” (che potete vedere ) il “progresso” arriva a bussare alla loro porta, impersonato da un ometto sovrappeso e sigaro-dipendente, che con fiero sorriso da agente(007) di commercio mostra il progetto della nuova residenza, un casermone grigio, casualmente (?) molto simile ad una famosa architettura francese, la Unité d’Habitation realizzata a Marsiglia nel 1946 da uno dei Maestri del XX secolo, Le Corbusier.

la Unitè d Habitation di Marsiglia

Fatti trasferire in fretta e furia, mentre le ruspe demoliscono senza pietà le case naif, i nostri gommosi amici non sembra si trovino bene, tutti ammassati all’ennesimo piano di questo palazzone senza carattere, in un open space spoglio, grigio, così razionalmente…dritto, ovvero l’esatto opposto della natura Barbapapesca.
Così i nostri decidono di andarsene e di costruire da sé l’abitazione più adatta alla loro curiosa natura.
Si allontanano da una città che ha più ciminiere di quanti chiodi spuntano dalla faccia di Hell Raiser e raggiunta la campagna, inizia la realizzazione del nuovo edificio: la materia prima non sono i mattoni, ma la barbaplastica ,che “ si impasta come il cemento” e viene fatta colare sul pacioso capofamiglia che si presta a fare da cassaforma.

L'odissea abitativa dei Barbapapà

L'odissea abitativa dei Barbapapà

Così, assemblando un modulo sferico dopo l’altro, nasce questa nuova architettura, all’interno delal quale ognuno ha il suo spazio personalizzato a dovere, le piante crescono rigogliose e si adattano naturalmente agli spazi organici.

La cosa meravigliosa è che a volte l’architettura supera la fantasia e la fantasia diviene realtà.

Le Bubble House di Antti Lovag in Francia (sinistra) e del gruppo spagnolo Atelier Rinaldo (destra)

Uno dei primi realizzatori di questo tipo di edifici, definite “Bubble-House” è stato l’architetto ungherese Antti Lovag che realizzò vicino a Nizza un complesso così spettacolare da esser designato a diventare monumento storico nazionale dal Ministero francese della Cultura.

L’esempio di Lovag (o più probabilmente quello dei Barbapapà ) ha ispirato lo studio spagnolo Atelier Rinaldo, che propone un intero complesso che sembra arrivare direttamente dal progetto dell’architetto Barba Barba (il nero e ispidamente puntuto Barbapapà artista), anche se a quanto pare, al momento queste bubble house non sono state realizzate da alcuna parte.
Forse, la maggior parte degli investitori e costruttori preferisce ancora i casermoni grigi che rendono di più a discapito di una qualità di vita discutibile.

per dirla come i registi fratelli Cohen, forse questo “non è un paese per Barbapapà”…


M.D.

Home Staging, il trucco c’è e si vede!

Buon anno a tutti!

State ancora smaltendo le ultime fette di panettone? Trovate ancora bottiglie vuote per casa? Qui il 2011 è iniziato con l’arrivo di nuovi progetti, ma oltre alle mille idee che ci frullano in testa siamo pronti a presentarvi il nostro nuovo servizio di… no, non il servizio di tazzine in porcellana di Capodimonte, ma il nostro servizio di HOME STAGING.

Info sul nostro servizio HOME STAGING

Come dite? Davvero non sapete di cosa parlo? Allora bisogna che ve lo spieghi.

L’HOME STAGING (o RELOOKING) è un’idea nata negli anni ‘70 dall’agente immobiliare Barb Schwarz , il quale ha capito per primo che vendere o affittare una casa non è solo una questione di prezzo, ma anche di presentazione del prodotto. Al meglio, naturalmente.

Vi sarà capitato sicuramente di vedere annunci immobiliari che presentavano appartamenti nel peggior modo possibile: ambienti già scuri resi ancora più scuri da foto in ombra, gli arredi malridotti della nonna, magari disposti in modo da sembrare accatastati come in un magazzino.

La tecnica dell’home staging punta nella direzione opposta: rendere più appetibile l’appartamento ai potenziali compratori spendendo il meno possibile, ovvero valorizzando al meglio le sue qualità con interventi minimi.

Questa tecnica segue la “regola delle 6 R”:
1) Ridurre
2) Rinfrescare
3) Riarredare
4) Rivalutare
5) Riparare
6) Ripulire

Anche un semplice tocco di colore può diventare una grande arma di vend
Interventi minimi e foto che valorizzano gli spazi (fonte: www.hgtv.ca)

Ok, mi hai incuriosito, ma quanto costa?” è la domanda che vi state facendo. Non tremate, il costo per un intervento di home staging è davvero minimo (generalmente intorno al 1% del valore dell’immobile oppure intorno a  una mensilità d’affitto in caso di locazione ), soprattutto se pensato in un’ottica di investimento. E’ una regola di mercato: il prezzo di un immobile che resta troppo tempo su piazza risulterà scontato rispetto alla richiesta iniziale. Al contrario un immobile “stage” porta due vantaggi (lo dicono innumerevoli dati di vendita):

  • Sarà venduto (o affittato se è questo il vostro obiettivo) in meno tempo.
  • Il prezzo di vendita finale (anche decurtato del costo di intervento dello staging) risulterà maggiore di quanto sarebbe stato se l’immobile fosse rimasto invenduto per più tempo.

Chiaro? Ecco ora ho altre 6 cose importantissime da elencarvi, ovvero i 6 fattori essenziali per il successo di una vendita o di una locazione immobiliare:

1) Location
2) Prezzo
3) Andamento del mercato
4) Condizioni dell’immobile
5) Aspetto dell’immobile
6) L’aspetto “emozionale”, quella scintilla che scatta nella testa del compratore, un vero e proprio “colpo di fulmine” che può fare la differenza. Quella che passa fra vendere e non vendere.

Secondo quanto sostengono gli home stager americani :

  • L’acquirente decide se acquistare o prendere in affitto un immobile nei primi 90 secondi del sopralluogo.
  • 9 volte su 10 un acquirente decide di comprare dopo un vero e proprio colpo di fulmine.
  • Una proprietà immobiliare grazie all’home staging si può vendere 2 volte più in fretta.
  • La vendita di una casa passata per un intervento di home staging avviene con un plus valore compreso tra il 5% ed il 20%

    un appartamento arredato bene è più appetibile per chi cerca in affitto (fonte: www.hgtv.ca)

Anche in Italia questo servizio sta prendendo piede, tanto che anche il canale televisivo REAL TIME con la trasmissione “Vendo casa disperatamente” mostra come aiutare il venditore di turno a riuscire nell’impresa al meglio.

Quindi, che il vostro obiettivo sia vendere casa, affittare o, perché no, semplicemente rinnovare l’aspetto del vostro vecchio appartamento per piacere personale, pensate seriamente a come un intervento di home staging potrebbe aiutarvi. Se volete avere più informazioni su come potremmo esservi utili, anche se siete semplicemente curiosi, vi aspettiamo per parlarne davanti ad un caffè!

M.D.

Atelier

Cose di Casa – Riabitare – 68 mq rinnovati

Il Natale è alle porte e ha già portato un piccolo regalo per Atelier Architettura.

E’ stato pubblicato sul numero di questo mese della rivista “Cose di Casa” un progetto di ristrutturazione di un bilocale del nostro amico e collega, l’architetto Giuliano Campatelli.

Potete leggere l’articolo qui (oppure cliccando sull’immagine).

Buone Feste a tutti!

Atelier

Chi osa (soprav)vive: Young Architect of the Year – Serie Architects

Sembra che al di fuori dei nostri confini nazionali sia davvero possibile avere le oppportunitá per emergere dal mare di piccoli o medi studi di architettura di giovani professionisti. In Inghilterra molti architetti si lanciano senza paura nella ricerca progettuale e la sperimentazione di nuovi materiali, senza essere additati come “l’architetto fantasioso” (che mi suona piú come un avvertimento a non osare mai e stare coi piedi per terra, come se la sperimentazione fosse un’inutile perdita di tempo, che é “cosa buona e giusta” seguire i solchi creati da chi ci ha preceduto senza mai deviare).

É vero, “c’é la crisi” , una frase che sentiamo in ogni conversazione, ma siamo sicuri che chiudersi a riccio alle idee, alla voglia di rimettersi in gioco, di sperimentare, di proporre progetti differenti per il timore di non avere l’incarico (da parte di noi professionisti) sia la cosa migliore da fare? Siamo sicuri che sia meglio per i clienti non alzare lo sguardo dalla piastrella o dal parquet rassicurante che ha usato l’amica del cuore a casa sua?

Potrei proseguire il fiume di parole sull’argomento, a discapito delle vostre retine arrossate a forza di guardare lo schermo, ma per ora preferisco lasciarvi alla speranza che puó venire dal vedere giovani architetti che hanno il coraggio di osare acquistare credito e meritata visibilitá.
A Londra e’ stato decretato il vincitore del premio YAYA 2010 (Young Architect of the Year): lo studio Serie Architects.
Qui di seguito la traduzione in italiano dell’articolo riportato dal sito www.bdonline.co.uk :

Chris Lee e Kapil Gupta di Serie Archtects

Mentre il sole tramontava sul quartier generale di BD, i giudici hanno continuato a discutere i meriti e le insidie dei cinque contendenti selezionati per l’edizione 2010 del Young Architect of the Year Award, in quella che si é rivelata essere la competizione piú al “photo-finish” degli ultimi annia, scrive, Oliver Wainwright.

Alla fine, Chris Lee e Kapil Gupta di Serie Architects hanno avuto la meglio, allietando il pannello con il rigore intellettuale e la scala ambiziosa del loro lavoro – così come alcuni modelli splendidamente realizzati.

Lee, che ha insegnato Diploma Unit 6 presso l’Architectural Association dal 2004, ha spiegato come i loro progetti siano fondati sulla “intelligenza cumulativa delle tipologie architettoniche pregresse” sulla base dei primi lavori di Aldo Rossi, con una attenzione particolare alle ricorrenti “strutture profonde”.

Pur avendo realizzato solo arredamento per un bar, un ristorante e una sala banchetti a Mumbai, lo studio ha mostrato come la sua continuità di approccio viene applicata in competizioni di carattere estremamente vario.

Di recente hanno vinto due concorsi per alloggi a Bratislava, in Slovacchia, uno é un gioco di lussuose ville suburbane, l’altro un gruppo di torri ad alta densità con 56 differenti soluzioni per appartamenti.

Concorso per alloggi - Bratislava

La coppia ha anche mostrato due proposte molto originali per i progetti cinesi, un parco orticole a Xi’an, e la conversione di una fabbrica a Hangzhou.

“Serie ha dimostrato di essere pronto ad affrontare le grandi questioni urbane a testa alta – Mi piacerebbe vederli costruire su larga scala.” ha detto Steve Tompkins di Haworth Tompkins.

Al secondo posto si sono piazzate Susanne Tutsch e Barbara Kaucky di Erect  Architecture, che ha ricevuto una menzione speciale per la mole di progetti realizzati, tra cui un centro divertimenti e una scuola d’infanzia, entrambi a Londra.

“Questi progetti sono socialmente impegnati, edifici utili per clienti reali, mostrando grande sensibilitàper i materiali,” ha detto Fran Tonkiss del LSE.

Sala banchetti - Mumbai

Design Research Unit Wales – la squadra più giovane nella rosa dei candidati – ha presentato nel modo più originale, attraverso disegni e modelli  dall’elaborato “cassa di curiosità”.

Le sue “costruzioni locali per le popolazioni locali” ha dimostrato un serio impegno nel processo di costruzione, in cui sono spesso coinvolti personalmente, e ha mostrato un profondo apprezzamento del contesto.

Finalisti

M.D.

http://www.bdonline.co.uk/events/young-architect-of-the-year-serie-architects/5008603.article

L’architettura che non c’e’

“Seconda stella a destra, questo e’ il cammino…Questa e’ l’isola che non c’e’ “

Ci arrivava cosi’ Edoardo Bennato alla sua Isola che non c’e', al mondo di Peter Pan che non si vedeva eppure era li’, da qualche parte.

Anche in architettura ogni opera, ogni progetto parte da una creazione che ancora non esiste, se non in un punto indefinito della mente. Dal cervello l’idea scivola verso le dita della mano e poi esplode dalla matita sul foglio, trasformandosi in immagine.

Per i professionisti della “vecchia scuola” la visualizzazione del progetto si concludeva in quello schizzo, oppure con disegni piu’ elaborati, sempre realizzati a mano, riga squadra e chine (e colpi di lametta per eliminare le sbavature sul foglio).
Per fortuna questi architetti non sono ancora estinti e molti affidano la magia della visualizzazione ai disegni a mano.

“But Life still goes on” – giusto per citare un filosofo contemporaneo, Freddie Mercury -, la tecnologia avanza, negli anni la matita e’ stata affiancata e superata da programmi di visualizzazione tridimensionale (3D Studio Max per fare solo un nome su tutti, il programma piu’ usato), e i nuovi disegnatori si chiamano “3D Visualizer” o “Renderisti” .

Filippo Previtali e sua moglie, l'architetto Rosy Strati

Uno di questi “maghi” (per come la vedo io chi riesce a creare certe cose non puo’ che essere dotato di poteri magici) si chiama Filippo Previtali, si e’ trasferito a Londra anni fa con Rosy (la sua ragazza prima e sua moglie poi), architetto. Li’ ha avuto modo di far nascere interessanti collaborazioni, tra cui la piu’ importante e’ sicuramente stata la collaborazione con lo studio FUTURE SYSTEMS e il suo fondatore, il famosissimo architetto di origine polacca Jan Kaplicky – scomparso lo scorso anno, la sua avventura e’ stata raccontata nel film-documento, uscito da poco, “The Eye Over Prague”, “L’occhio su Praga”, del quale spero avremo modo di parlare meglio in un prossimo post.

Avrei preferito fare questa intervista davanti a un paio di birre in qualche pub di Soho o lungo il Tamigi, come ci capitava di fare quando avevamo piu’ tempo per vederci, ma per questa volta lasciamo fare alla tecnologia e affidiamoci a Skype…

Marco: Ciao Filippo. Come hai scoperto la passione per il 3D Visualizing?
Filippo: Giocando con un vecchio computer, un Amiga 1200. Ricordo che tra i vari videogame che mi passavano tra le mani mi capito’ di trovare un disco floppy con un piccolo programma.
Era una delle prime versioni di Imagine 3D. A quel tempo anche il solo creare una sfera era un traguardo…ma e’ bastato poco per farmi catturare dalla possibilita’ di creare ogni sorta di oggetto e atmosfera.
Da quel momento la mia attenzione e’ passata dai giochi ai programmi di grafica, passando via via attraverso tutte le rivoluzioni in questo campo.

Country Club a Konopiste - Repubblica Ceca

Marco: Come hai imparato? Hai frequentato dei corsi specifici oppure sei un autodidatta?
Filippo: Non ho mai seguito alcun corso. Mi sono formato sui libri ma quel che piu’ mi e’ servito sono state le notti passate a provare tutti i comandi, per capire come funzionavano. Ore passate davanti al monitor per vedere 2 cm quadrati dare vita alla tua fantasia. Oggi i corsi di 3D modeling e rendering non si contano e i software sono diventati via via sempre piu’ “user friendly”… Questo comporta una maggior competizione ma anche una maggior potenza e liberta’ di ottenere cio’ che si ha in testa. Oggi Internet e’ diventato uno strumento fondamentale per questo tipo di attivita’. Molti dei piu’ grandi artisti 3D scrivono su forum e si sono formati veri e propri luoghi di ritrovo dove scambiarsi opinioni e suggerimenti.

Marco: Hai qualche aneddoto da raccontare legato alle prime esperienze lavorative in Italia ?
Filippo: Il giorno che la passione per 3D divenne lavoro lo ricordo benissimo. Lavoravo a Venezia in una fotocopisteria e avevamo bisogno di mostrare la qualita’ di una nuova stampante. Io avevo da poco finito alcune immagini e le proposi al mio capo, che ne fu entusiasta. Un giorno un architetto passando per il negozio le noto’ e mi chiese se volevo lavorare in studio da lui. A quell’epoca studiavo all’Universita’, ma mi sembro’ un sogno poter trasformare una passione in qualcosa di remunerativo, cosi’ iniziai. Un concorso, poi un altro. Poi una sempre maggior richiesta da parte di altri clienti e cosi’ anno dopo anno, il mondo del 3D e’ diventato l’unico lavoro che fossi in grado di fare.

Marco: La “scoperta dell’Inghilterra” e la decisione di partire, perche’ ?
Filippo: Tutto merito di mia moglie. Io vivevo e lavoravo a Modena, dove mi ero trasferito da alcuni mesi. Il salario era molto buono in confronto agli standard, ma lei non riusciva a trovare un buon impiego come architetto.
Allora mi ha proposto di tentare l’esperienza a Londra. Io ero completamente contrario. Amavo Londra ma non mi piaceva l’idea di viverci, senza considerare poi la mia totale incapacita’ di parlare inglese (8 anni di francese che rimpiango ancora oggi). Mia moglie non mollo’ e per temporeggiare ho deciso di sfidarla. Le dissi che se voleva trasferirsi a Londra, doveva trovarmi un lavoro, visto non intendevo mollare un lavoro ben pagato e sicuro per gettarmi in un qualcosa di campato in aria.
Passo’ poco tempo, credo circa due settimane. Ricevetti la telefonata da uno dei director dei Future-Systems… Mi chiese se ero interessato a un colloquio lo stesso sabato.
Il giorno stesso ho comprato il biglietto e fatto il colloquio, e la mia avventura Londinese e’ iniziata.
(Potete leggere le esperienze di questa avventura sul blog di Rosy e Filippo, MIND THE GAP)

Interior design per residenza - Londra (progettista Rosy Strati)

Marco: Dopo tutto questo tempo passato a Londra avrai sicuramente fatto un bilancio. Quindi, che mi dici?
Filippo: Credo che 3 anni e mezzo non siano un lungo periodo, ma certamente sufficiente a fare un bilancio. Una cosa e’ certa, tutto quel che ho fatto lo rifarei immediatamente e ringrazio ancora mia moglie per avere avuto la forza e la ‘cocciutaggine’ di portarmi di forza in questa citta’.
Qui sono entrato in contatto con un modo diverso di intendere l’architettura e la sua rappresentazione. Qui ho avuto l’onore di lavorare fianco a fianco con Jan Kaplicky, che mi ha fatto capire molte cose sul mondo della creativita’. Forse sono stato soltanto fortunato ma a volte penso che Londra ti offra tutto cio’ di cui hai bisogno per esprimere te stesso… In qualsiasi forma d’espressione che una mente possa concepire.

Marco: Che programmi  usi?
Filippo: Per il mondo dell’architettura credo che 3DMax resti ancora il miglior software di modellazione e rendering, ma soltanto se affiancato da alcuni programmi e plugin come Rhinoceros, Vray, Photoshop. In ogni caso, con gli anni ho conosciuto artisti che, pur lavorando con programmi minori o poco conosciuti e supportati, erano in grado di produrre immagini fantastiche e comunicativamente perfette. Fortunatamente ancora oggi non sono soltanto i software a fare le grandi immagini.

Marco: Visto che sei un esperto, dammi il tuo parere su quale potrebbe essere il futuro del 3D Visualizing, o raccontami le ultime novita’ sul campo.
Filippo: Negli ultimi anni, la piu’ grande rivoluzione nel settore e’ stata sicuramente l’avvento della “global illumination” con tempi accettabili per il mondo professionale. Un tempo la simulazione reale della luce era ad appannaggio esclusivo di super computer e quindi impensabile per il mondo dell’architettura. Oggi qualsiasi programma, anche quelli  gratuiti, prevedono questo complesso calcolo, grazie  anche all’incredibile velocita’ con la quale i processori vengono aggiornati e potenziati.
Per quanto riguarda il futuro, sicuramente si puntera’ sulle immagini 3D. Spinto dal cinema e dall’avvento degli schermi 3D, il mercato della visualizzazione non puo’ rimanere indifferente a questa nuova potenzialita’. Se prima si offriva al cliente la possibilita’ di vedere su carta il suo progetto in versione foto-realistica, a breve si offrira’ la possibilita’ di camminarci e quindi di toccare gli stessi materiali da lui scelti. Molte societa’ sono gia’ all’avanguardia in questo campo, e’solo questione di tempo.

Progetti di furniture yatch design

Marco: Molti architetti, soprattutto quelli della “vecchia scuola”, pensano che oggi ci si affidi troppo all’architettura digitale simulata, che questo “abuso” ammazzi quella che e’ la “poesia”della progettazione. Personalmente penso che i render possano essere un aiuto eccezionale per il progetto, ma che comunque se non c’e’ un’idea valida e forte alla base, il render diventa un inutile abbellimento, come una piuma di pavone sul cappello di una vecchia signora sdentata. Paragoni strani a parte, che cosa ne pensi?
Filippo: Credo semplicemente che la pre-visualizzazione architettonica abbia svariate potenzialita’. In Italia, ho notato, ci si affida ai rendering principalmente per la rappresentazione del progetto in maniera piu’ o meno fotorealistica in modo da andare incontro a tutte quelle persone meno abituate e allenate alle piante e sezioni architettoniche. Qui a Londra, ma credo in UK in generale, la pre-visualizzazione architettonica viene considerata sotto piu’ aspetti, primo dei quali come strumento per gli stessi progettisti. Quando nel progetto in questione sono contemplati materiali particolari o dettagli non comuni, il rendering diventa uno strumento fondamentale per valutare i diversi effetti che essi comportano.
Vi sono poi studi professionali piu’ puntati sulla sperimentazione che utilizzano rendering di alta qualita’ per mostrare edifici o oggetti di design che difficilmente verranno mai prodotti ma che servono a questo mondo professionale come fonte di stimoli ed ispirazioni.
In genere, il concetto di “rendering” e’ un qualcosa di molto vasto e a mio avviso, erroneamente considerato come una semplice rappresentazione… Credo piuttosto che si debba concepire la pre-visualizzazione come l’anello di collegamento tra l’architettura pensata e quella costruita. Il rendering e’ spesso l’immagine che le persone terranno in mente fino al giorno in cui vedranno l’edificio costruito.

Set di posate per aerei - Alessi

Marco: Quale e’ il lavoro al quale sei piu’ legato, quello che ti ha dato maggiori soddisfazioni?
Filippo: Raramente sono felice di un lavoro. Nel momento stesso della consegna, osservo l’immagine e vedo soltanto i difetti pensando a come migliorare la prossima volta. Ma se devo pensare alle maggiori soddisfazioni, senza dubbio tutti i lavori fatti con Jan Kaplicky con i Future Systems. Non tanto per la qualita’ dei rendering, piuttosto per i ricordi legati alle fasi lavorative, quando ogni meeting diventava un pretesto per parlare di design, architettura, moda, car-design, vino e cibo. Jan Kaplicky era una fonte inesauribile di stimoli e di idee.
Tra tutti ricordo le visualizzazioni per un Country Club ed una villa privata e quelle per una Concert Hall. In genere l’immagine piu’ significativa e’ sempre quella che non ho ancora fatto.

Marco: Grazie Fil, ci vediamo presto per due chiacchere nostre davanti a un paio di birre :-) !
Filippo: Sicuro :-D !

Jan Kaplický

M.D.

LA CASA PIU’ PICCOLA DEL MONDO E’ A ROMA…E A CHE PREZZO!

5 metri quadrati.

C’è spazio per un letto, a detta del proprietario.
Un angolo per il caffè accanto al mini-bagno e alla baby doccetta.
La casa più piccola del mondo è a roma ed è in vendita per 50 mila euro una volta era la guardiola del portiere, accatastata in seguito come ripostiglio, ma non c’è problema per le utenze basta fare le volture.
C’è anche una finestra a ribalta per far entrare l’aria la vista d’altra parte non è interessante, dà sulle scale condominiali. A costare 10 mila euro al mq è la posizione: a due passi dal Pantheon, nel centro di Roma, in via santo Stefano del Cacco.
La garconniere, poi, ha anche un altro pregio: è indipendente dal condominio. sará per questo che il proprietario ha ricevuto già diverse richieste in un mese, da quando ha deciso di affiggere un annuncio di vendita al palo della vicina piazza sant’ignazio saranno i fan di Renato Pozzetto?

Tratto dal sito www.idealista.it